Luigi Necco
Luigi Necco

di Giovanni Berti
La leggenda racconta che, molto tempo prima dell’avvento del calcio spezzettato, dell’indigestione di pallone in tv e dell’ipertrofica e plastificata narrazione sullo sport nazional-popolare per eccellenza, si dovesse aspettare “Novantesimo Minuto” per vedere le segnature e le azioni salienti (i cosiddetti “riflessi filmati”).
La leggenda narra anche che la trasmissione fosse infarcita di personaggi della commedia umana e popolare che, rappresentando l’Italia – conformista, caciarona, approssimativa, pittoresca e anche un po’ grigia – di quei tempi, spesso sapevano poco o nulla di pallone e lo raccontavano a modo loro, chi con partigianeria, chi con l’accento della regione di appartenenza, chi dopo aver bevuto un bicchiere di barbera, chi compensando con un buona dose di fantasia.

L’ultimo è il caso di Luigi Necco, noto a tutti (racconta sempre la leggenda) perché, alla fine della sua narrazione sulla partita (tutt’altro che impeccabile, ma sicuramente accattivante e un po’ surreale), veniva travolto dall’entusiasmo dei tifosi che aveva alle spalle e che lui aveva educato a fare un po’ di caciara al momento dei saluti, mentre agitava cordialmente la sua manona a beneficio della telecamera.

In realtà – pallone a parte – Luigi Necco era un cronista colto e popolare che conosceva a menadito i vicoli e le piazze, gli umori e il carattere della sua città.
Vi era talmente immerso che raccontarla, nel bene e nel male, gli riusciva facile e spontaneo. Per questo si beccò anche una pallottola dalla camorra che lo rese claudicante per il resto della sua vita.
Nonostante la sua partecipazione a “Novantesimo Minuto” fosse quasi accidentale e Necco, successivamente, si fosse dedicato al racconto dell’archeologia, che era la sua passione giovanile, nell’immaginario popolare è rimasta quella manona e quel racconto sul calcio.
La potenza del dio pallone, che unisce ma anche omologa, fece restare nell’ombra le sue attitudini più autentiche, ma lui, parafrasando Dalla, “non ci pensò poi tanto, anzi si sentiva già felice e ricominciò il racconto”.

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