A Wimbledon, gli occhi dei tifosi italiani erano tutti per Matteo Berrettini. A Roma, per Nicola Pietrangeli, leggenda del tennis italiano nonché presidente onorario del Circolo Canottieri Roma. E proprio lì ha seguito la finale del torneo di tennis più affascinante e leggendario al mondo tra l’azzurro Matteo Berrettini e il serbo Novak Djokovic, tifando a più non posso per il giocatore suo concittadino. Nel corso delle tre ore e ventiquattro minuti di gara, lo smartphone reso incandescente dalle chiamate, davanti a lui le telecamere. Matteo Berrettini a Londra, Nicola Pietrangeli a Roma. Quel Pietrangeli superato da Berrettini. Il primo fu semifinalista nel 1960, l’altro finalista.

“Se è passato tutto questo tempo una ragione ci sarà. E cioè che non è proprio facilissimo per nessuno raggiungere la partita decisiva in questo torneo”, il commento di quel giovanotto di ottantasette anni che fa il tifo davanti alla tv.

Il risultato della partita, purtroppo, lo conosciamo. Ha vinto Djokovic 6-7, 6-4, 6-3, 6-3, ma colui il quale condusse da capitano la Nazionale alla conquista della Coppa Davis nel 1976 ha solo parole di elogio per il giocatore azzurro. “Il numero otto del mondo – dice – ha giocato alla pari contro il numero uno. Non capisco chi possa arrivare a criticarlo. Noi italiani, purtroppo, siamo così, guardiamo solo il vincitore”. E ancora: “Matteo ha il servizio migliore al mondo e un dritto che mette paura e per il quale servirebbe il porto d’armi. Ha un rovescio da migliorare, ma per ora dobbiamo essere contenti”.

Il venticinquenne romano come “il pistolero dei film western. E adesso tutti i ‘cattivi’ cercheranno di batterlo. Cercheranno di battere il finalista a Wimbledon. Matteo è il simbolo di un movimento che sta vivendo una fase di rinascita. C’è lui, ci sono giovani talenti vincenti e non dimentichiamo che ci sono anche il ‘vecchio’ Fognini, che può ancora dire la sua, e Sonego. È una rinascita”.