Sì è tenuto presso il BO.BO Bistrot – Giardino Casa del Jazz di Roma, il Convegno organizzato da NOI DOMANI dal titolo “Vie concrete per un’economia generativa: lavoro, digitalità ed innovazione, servizio civile e sostenibilità – Crescita e sviluppo della Regione Lazio”.

Vi hanno preso parte Leonardo Becchetti (Docente di Economia Facoltà Tor Vergata di Roma e Direttore del Festival Nazionale dell’Economia Civile), Pietro Bracco (Esperto fiscalista), Flavio Cattaneo (Dirigente d’azienda e Vice Presidente di Italo), Antonio Di Bella (Giornalista RAI), Claudio di Berardino (Assessore Lavoro e Formazione Regione Lazio), Maurizio Landini (Segretario Generale CGIL), Gianpaolo Manzella (Sottosegretario al Ministero dello Sviluppo Economico), Daniele Ognibene (Consigliere Regione Lazio), Salvatore Pinto (Presidente Axpo), Luca Raffaele (Direttore Generale di NeXt – Nuova Economia per tutti), Alessandra Rinaldi (Coordinatrice Commissione Cooperatrici ConfCooperative Lazio) e Marco Tarquinio (Direttore di Avvenire), oltre a Lorenza Lei (ex Direttore Generale RAI e ProRettore Università eCampus) e Marzia Roncacci (Giornalista TG2).

L’evento è stato introdotto da Daniele Ognibene che ha illustrato l’iniziativa, spiegando che «nasce dalla voglia di mettere insieme persone che, anche per la loro esperienza lavorativa, abbiano impostazioni e visioni diverse. Questa pandemia, che ci ha allontanato fisicamente, ci può però avvicinare dal punto di vista della cooperazione e dell’interconnessione. Proprio attraverso lo stare insieme, infatti, potremmo uscire da questo momento così difficile, creando una società generativa. Da questo incontro dobbiamo partire per trovare soluzioni per tutto il tessuto: prima regionale e poi nazionale».
Becchetti ha specificato che «questo è un secondo dopoguerra, un’opportunità mai avuta prima. Possiamo rimettere insieme il Paese, ma va fatto in maniera giusta ed organica. La formula deve bilanciare ambiente, sostenibilità, economia e soprattutto la generatività. Siamo pieni di progetti, ma il problema ora è selezionare quelli giusti. In futuro non faremo meno valore economico, ma quest’ultimo cambierà. Sta cambiando il modo di fare economia e chi coglierà per primo tale cambiamento, avrà le chiavi del futuro. Sul fisco mi sento di dire che il problema è non proteggere i piccoli e medi imprenditori dal rischio. Se non si hanno dei punti fissi, poi si rischia la giustizia fatta in solitaria. Il problema è di regole e non di persone: le prime ci sono scappate di mano e si sono perse nel mare della burocrazia».

Per Maurizio Landini il lavoro post Covid va rivisto profondamente: «Come sindacato crediamo che la pandemia ha reso evidenti tutte le fragilità, le disfunzioni e le cose che non vanno. Venerdì saremo in tutte le piazze con una mobilitazione unitaria, perché occorre cambiare radicalmente il modello di sviluppo. Per questo il lavoro va rimesso al centro, non solo per difendere i posti di lavoro, ma per capire che cosa si produce e come si produce e con quale sostenibilità ambientale. Il ragionamento che facciamo è che noi abbiamo di fronte tre emergenze. La prima sanitaria, dove va recuperato ciò che non è stato fatto e superare la logica dei tagli. Non so se è un caso, ma negli ultimi anni sono stati tagliati 37 miliardi che guarda caso coincidono con i 37 miliardi che potrebbero arrivare dal MES. In prospettiva è necessario investire sulla medicina sul territorio e sulla tecnologia. L’altra grande emergenza che abbiamo è quella ambientale , ovvero guardare in modo diverso come si produce. Se ieri il prodotto era la macchina, la moto etc, oggi il nuovo prodotto è la mobilità: come si spostano le persone, come si spostano le merci, come si costruiscono le città. Come economia circolare, insieme al progetto legato ad una catena di montaggio, debbo pensare non solo come si produce, debbo già pensare che non deve inquinare, come riciclarlo. Questo significa cambiare tutto e il mondo del mercato da solo non può farlo, non è in grado di gestirlo. Tutto questo cambia il modo di fare impresa, perché il mercato da solo non può farcela.
L’ultima emergenza è quella che concerne la trasformazione tecnologico-digitale. La Pandemia ci ha messo di fronte ad una situazione che corre e non torna indietro. Parlando di smart working, il problema è che ognuno di noi dovrà imparare a lavorare sia in presenza che a distanza: non può esserci una visione unica. In tal senso, i contratti nazionali devono regolamentare tutto ciò. Lavorare da casa non significa non avere più orari o week end: c’è la notte, c’è il giorno, c’è il sabato e la domenica. I contratti non devono cambiare a seconda della situazione in cui si lavoro.
La questione digitale, inoltre, pone il tema della rete unica come quesito principale. La rete deve essere unica poiché tutti devono essere connessi allo stesso modo e non solo per il lavoro a distanza. La connessione, inoltre, può essere un vantaggio come rinnovamento. Qui, però, si pone il problema dei dati. Inserendomi su una piattaforma, non puoi appropriarti dei miei dati per trarne un profitto. Quindi vanno anche regolamentate le nuove piattaforme. Questo, quindi, apre il tema di una formazione permanente, che deve essere parte integrante dell’orario lavorativo: 3-4 ore a settimana del lavoratore sono dedicate alla formazione e quindi devono essere retribuite ugualmente. Questa è una rivendicazione contrattuale che stiamo portando avanti. Dalla pandemia dobbiamo trarre le opportunità di trasformazione.
In post pandemia dobbiamo combattere ancora una volta la precarietà, perché resta il fatto che il livello di precarietà è altissimo, viste anche tutte le indennità che ci siamo dovuti inventare in questo quadro di emergenza. I soldi europei, in tal senso, vanno utilizzati bene e la politica del lavoro va unificata a livello nazionale: non possiamo avere 600 progetti di ripresa, altrimenti rischiamo di non averne nessuno attuabile su tutto il tessuto nazionale. Vanno individuate le priorità per tutta la nazione. L’Europa, in tal senso, deve recuperare una sua dimensione come modello sociale.
Se è vero ciò che dice l’Agenzia delle Entrate, noi abbiamo un’evasione fiscale superiore ai 107 milioni di euro. Quindi in Italia il problema non è che mancano i soldi, ma è dove li vai a prendere e come li utilizzi.
A livello sindacale, noi rivendichiamo la possibilità di essere presenti per la rinascita post pandemia. Per un sindacato non è più sufficiente rivendicare salario migliore, ma i lavoratori devono essere parte attiva ed integrante della riqualificazione e della rinascita. Le intelligenze delle persone deve essere una risorsa. Anche le imprese, quindi, devono rinunciare ad una mentalità del “qui comando io”. La contrattazione collettiva, quindi, è un elemento nuovo con cui fare i conti, visto che ciò che sta succedendo chiede un cambiamento anche all’organizzazione sindacale. Si pone un problema di nuova unità sindacale, visto che non ci sono più logiche di partito che impediscono la creazione di un soggetto democratico e unitario a livello sindacale in grado di rappresentare. Vuol dire mettere in grado le persone che lavorano di partecipare ad un programma di rinascita».

Tema della fiscalità, invece, è stato trattato da Pietro Bracco: «Siamo tutti consci che si è arrivati ad un punto di tassazione elevata e questo porta lo Stato a non incassare quanto dovuto. Questo è quindi il momento per fare una riforma seria e strutturale del fisco, anche grazie all’opportunità che deriva dallo stato di emergenza sanitaria. Più il fisco riesce a fare in modo che tutto scorra, più la sua funzione sarà quella di permettere di raggiungere gli obiettivi. Il fisco è anche una macchina per la giustizia tributaria, quindi deve girare bene ed essere vicino al cittadino. Un elemento fondamentale è il dialogo con lo Stato, per sapere esattamente quanto devo pagare e riqualificare il mio business plan calcolando il rischio».

Importante riflessione di Flavio Cattaneo: «I trasporti fanno parte di uno di quei settori maggiormente colpiti dal Covid. Lo stesso smart working, ora tanto decantato, rischia di portare grandi problemi da qui ad un anno, quando non avremo un’economia buona. Non uscire di casa comporta un risparmio, che di conseguenza blocca eccessivamente l’economia, oltretutto già fortemente colpita nel nostro Paese.
Dobbiamo pensare al dopo, ma il dopo inizia già oggi. Le cose da fare sono già molto evidenti e va capito che siamo tutti sulla stessa barca: privato e pubblico».

Manzella ha poi illustrato il lavoro del Governo durante l’emergenza: «L’Italia, in questo momento, è stato il Paese che ha preso misure economiche poi copiate un po’ ovunque e le nostre amministrazioni hanno dato grandi prove di forza. Basti pensare che il Mediocredito ha concesso più prestiti in 4 mesi che negli ultimi 20 anni. Inoltre nella creazione del recovery plan l’Italia ha giocato un ruolo fondamentale a livello europeo. Chiaro che ora vengono i nodi: ovvero la gestione di questi fondi. Il nostro Stato, purtroppo, arriva però a questo appuntamento con molta debolezza, visto che l’amministrazione non è certo un’elite. Il nostro compito è quello di portare avanti alcuni progetti qualificati e qualificanti, che segnino la trasformazione del nostro Paese».

La rinascita, invece, per Rinaldi passa dalle persone: «Tutto ha inizio da loro e non possiamo prescindere da questo. Il Covid ha solo scoperchiato la pentola, mettendo in risalto tutto ciò che avevamo sottaciuto o messo da parte e dato evidenza a tante fragilità. Questo ci costringe a ripartire dalla base, quindi dalle persone, che devono essere in grado di esprimersi. Tale permesso deve arrivare dalle istituzioni, che ricopriranno un ruolo importantissimo. C’è grande necessità, inoltre, di far emergere il talento delle donne, riconoscendo in questo modo il valore della diversità. Se mettessimo a sistema queste unicità, creeremmo moltissimo valore. Fare tutto ciò passa attraverso formazione, legislazione e cultura».

Per Di Bella «la ripresa bisogna puntare sui giovani e consentire loro di trovare lavoro e produrre. Il problema ora è qualificare al meglio la produttività dei nostri giovani lavoratori».

Parlando di riapertura delle scuole, Di Berardino ha dichiarato: «Il Lazio è stato tra quelle regioni che ha riaperto subito la scuola. Solo il 70% degli istituti, però, ha dato il via libera. Questa ripartenza l’ho trovata, dal mio punto di vista, tranquilla con ragazzi responsabili e consapevoli, oltre a personale e docenti pronti ad adempiere al loro dovere. Credo sia un bel segnale. La scuola, però, dovrà rimanere al centro dell’attenzione: non deve essere un argomento passeggero. Da lì deve ripartire il Paese».

Pinto ha spostato invece l’attenzione sull’economia nel settore privato: «L’Italia ha 4 milioni di imprenditori, ma lo Stato non è mai stato loro amico; il Covid ha semplicemente amplificato tutto ciò. Ora il nostro Paese ha una grande opportunità: l’ultima. O il recovery fund si sfrutta bene o diventa nuovo debito pubblico, che però non comprerà più nessuno».

Per Luca Raffaele «In Italia non si è sviluppato lo smart working, ma semplicemente il tele lavoro. I lavoratori sono stati solamente spostati dall’ufficio a casa. Gli obiettivi non sono stati riprogrammati e questo si può fare solamente attraverso la formazione. Il problema attuale è che si parla spesso di giovani, non parlando con i giovani».

«Abbiamo un’occasione storica: cambiare l’economia, costruendone un’altra che sostituisca quella pre-pandemia. Attualmente molte persone, anche formate, si trovano a dover fare i conti con un’economia che li sta travolgendo. Verranno semplicemente assistiti o ricollocati attraverso una nuova visione?» ha dichiarato Tarquinio.