Una immagine di Roberto Ghiretti fondatore di Studio Ghiretti
Una immagine di Roberto Ghiretti fondatore di Studio Ghiretti

Da diversi anni la Corporate Social Responsability è un tema molto “caldo” nella comunicazione delle aziende e lo sport può diventare una leva strategica per rafforzare il valore di determinati progetti. Ne abbiamo parlato con Roberto Ghiretti, fondatore e titolare di SG Plus, tra le società più importanti in Italia di “sport advisoring”.

Ghiretti sta crescendo il mercato della “Corporate Social Responsability”?
E’ un mercato che sta crescendo, soprattutto all’estero. In Italia un po’ meno, anche se sono sicuro che troverà, prima o poi, la sua dimensione. E’ cresciuto per un certo tempo, adesso si sta registrando un rallentamento. Dicono tutti che la crisi sia finita, ma forse finita veramente non è e questo impatta anche sulle scelte di comunicazione aziendale. E’ un tema anche di progettualità, talvolta non molto elevata (non solo in alcune specifiche aree, ma in generale in tutto l’ambito sportivo).

Cosa intende per bassa progettualità?
Vede, in generale, nel mondo delle aziende, si punta molto a vendere; le vendite sono un obiettivo sempre primario, anche rispetto alla progettualità. Oltre a ciò non sono tantissime le realtà che possono permettersi azioni di “Corporate Social Responsability”. Per contro c’è una bassa progettualità sul sociale, si potrebbero fare cose nuove e di maggiore livello, e invece…All’estero abbiamo visto che si può investire in CSR, raggiungendo grandi risultati, con benefici diretti per la reputation delle aziende stesse.

Quali sono i Paesi che ci scommettono di più?
Sicuramente Usa e Inghilterra. La British Olympic Association, per esempio, sta investendo molto in corporate social responsability. Sono stati bravi nel mettere insieme responsabilità sociale, visibilità ed engagement.

E in Italia, nel calcio per esempio?
Mi viene in mente il progetto dell’AS Roma (“Roma Cares”), mutuato, tra l’altro, da ciò che sta facendo da anni l’NBA.

Quali sono i macro temi su cui investire?
Come SG Plus ne abbiamo individuati almeno tre: disagio giovanile, periferie dell’esistenza, disabilità (intellettiva e relazionale). Soprattutto in quest’ultima area (quella della disabilità) c’è molto da fare, a supporto di atleti o team, che hanno bisogno di aiuto per la loro attività quotidiana.

Cosa intende esattamente per “periferie dell’esistenza”?
Intendo le località periferiche delle grandi città, spesso abbandonate dove cresce il disagio sociale e giovanile. Penso, per esempio, al Corviale o a Bastogi a Roma, o Rogoredo a Milano. Sono aree dove è “crollata” la socialità. Ecco perché lo Sport, proprio in queste zone può diventare un incredibile collante. Sta dimostrando di essere la rete sociale più efficace, certe volte anche a sua insaputa. Attraverso lo sport è possibile anche individuare risorse (non solo economiche) e ritrovare dignità. Ecco perché per molte aziende può diventare importante investire nello sviluppo di percorsi sociali. Oggi avviene nel 10-15% dei casi, ma si potrebbe fare molto, ma molto di più.

Guardando all’esperienza della struttura SG+ quali iniziative le vengono in mente?
Con il CSI, per esempio, abbiamo messo in moto generazioni di ragazzi, così come Junior Tim Cup non è solo un torneo, ma un percorso di formazione in ambito digitale per i ragazzi coinvolti. Sempre con il CSI abbiamo portato lo sport nelle periferie del mondo, tutti progetti che avevano l’etica alle spalle. Oggi, come SG+, siamo un punto di riferimento nelle attività di CSR, con particolare attenzione al mondo dello sport.

Su quali attività vi concentrate nei prossimi mesi, sempre riguardo al tema del CSR?
Posso anticipare che, sempre sull’asse digitale, stiamo per iniziare a lavorare ad un progetto che ci vedrà coinvolti in prima fila con la Disney. (fonte Sporteconomy)