di Alessandro Tozzi
A Tokyo sta arrivando il tifone, che si porterà via direttamente tutta questa Olimpiade anomala, senza pubblico e senza abbracci.
Oggi per l’Italia tre argenti e un bronzo, è mancato l’acuto, ma le storie dietro a quelle medaglie sono sempre notevoli.
Ne esce il quadro di un’Italia familiare, fatta di nonni che accompagnano i nipoti in palestra per anni e di figli che dedicano la vittoria ai genitori, mentre loro ridendo si litigano la dedica: il quadro dello sportivo introverso, tutto genio e sregolatezza, non trova spazio nella fatica di una disciplina olimpica. Perchè di fatica si tratta, provate voi a sparare ogni giorno per decenni a migliaia di piattelli, per poi perdere la medaglia d’oro che 5 anni fa avete vinto perchè dopo averne colpiti 149 su 150 ne sbagliate 1, e quella cazzo di robot cinese a fianco a te che non sbaglia mai, mortacci sua, mo je sparo e vinco!
Provate voi a combattere con i crampi l’ultimo assalto, vincere 4/1, finire sotto in un batter d’occhio per 9/5 con un lungagnone di Hong Kong e sentire il tuo allenatore che per spronarti ride e ti dice “te la devi sudare la medaglia, pensavi fosse facile?” Allenatore che poi dopo la sconfitta è al suo fianco nell’ombra che raccoglie il suo sfogo, pronto a rimanerci per i prossimi 4 anni.
Il nuoto sembra un’altra cosa, questi ragazzi paiono tutti attori del cinema, nonostante le mezze mascherine sulla faccia, che non si è ancora capito se mentre li intervistano possano averle o no: e sono tutti deliziosamente e genuinamente felici di aver portato a casa qualcosa, tanto più se come nel caso della 4×100 stile libero davvero si tratta di un risultato storico da raccontare ai nipoti.
L’Olimpiade è una storia nelle storie, e porta a galla un mondo che all’apparenza non c’è, quello di decine e decine di sport quasi inesistenti, almeno nel panorama italiano, che come per magia trovano qui la loro sede ideale.
Per questo ci interessano meno le storie di quelli ricchi e famosi che sono qui, magari anche per esigenze dello sponsor di turno, e bisogna andare a farsi raccontare dai nonni com’era il ragazzo a 12 anni, sperando che di nonni ce ne siano ancora tanti negli anni a venire, altrimenti non contano niente gli sforzi del Coni e di Malagò, che fin qui porta un po’ sfiga perchè dove arriva lui ad assistere l’italiano arriva secondo, se non c’è una base sulla quale lavorare.
Oggi era il giorno della Pellegrini alla sua quinta Olimpiade, che è davvero tanta roba nella vita di un’atleta, ma nell’intervista dava l’idea di essere annoiata, capitata qui per traiettorie che poco hanno a che vedere con un sano risultato sportivo da coltivare, speriamo per lei che la notte la aiuti a ritrovare le emozioni che aveva a 15 anni, e che fece venire a tutti noi.
Intanto nella ginnastica maschile ha vinto la Russia-non Russia, ovvero il Comitato Olimpico Russo sotto al quale gareggiano gli atleti russi a causa della squalifica della nazione russa: pensate se dopo una vita passata ad allenarsi, magari anche da dopati, vincete le Olimpiadi e non suonano nemmeno l’inno di Mameli….
Visto ieri anche lo skateboard, con una giovane ragazza bolognese che più volte è caduta sulle scale del percorso, finendo per fare una figura abbastanza barbina lei e facendola fare anche allo skateboard, poi vinto da una banda di tredicenni: ma davvero non si trovano sport più adatti a un palcoscenico olimpico? Se è bello che nello stesso contesto ci siano Djokovic, Kevin Durant e il ragazzino tredicenne, forse l’Olimpiade davvero non appartiene a nessuno dei tre: ai primi due perchè il loro sport ha portato centinaia di milioni di euro nelle loro tasche, all’ultimo perchè non ha una nonna che l’ha portato a 8 anni a schiantarsi sullo skateboard, o se ce l’avesse portato l’avrebbe anche riportato a casa, ed oggi quella ragazzina sarebbe una normale judoka giapponese campione condominiale e non la campionessa olimpica.
Ma a nonna questo chi glielo dice?