di Alessandro Tozzi
La giornata comincia nella nottata italiana con la gara dei 10 km di nuoto di fondo. Siccome sono in macchina che torno a casa, cerco se per radio trasmettono la cronaca, e la trovo su Rai 1, la fa quello che si occupava del calcio di serie C. In un momento proustiano ricordo che l’ultima, ma direi meglio l’unica, volta che ascoltai le Olimpiadi per radio fu a Montreal 1976, e sono riproiettato al mare con mia madre e mia sorella che ascolto le sorti della gara di salto in alto di Sara Simeoni, poi finita seconda dietro la tedesca Ackermann; ci vuole molta fantasia per ascoltare lo sport alla radio, ma se la voce del cronista ci sa fare, è come per un bambino ascoltare le favole, grosso modo (Nel 1980 ricordo poi che in occasione delle Olimpiadi di Mosca comperammo la tv a colori, Pasolini avrebbe assai da dire sulla borghesia dell’Italia di quegli anni, ma non c’era già più da un pezzo).
Com’è, come non è, Gregorio (che a Roma peraltro è sinonimo di fortuna) Paltrinieri vince il bronzo, ed è un altro mezzo miracolo dopo l’argento negli 800 metri, per me è lui il vero dominatore italiano, e non solo, di queste Olimpiadi, e mi spiace che la bandiera alla cerimonia di chiusura la porti Jacobs, mossa piaciona dei vertici, nessuno lo meritava e merita più di lui.
La medaglia della notte arriva dal baffuto Rizza nella canoa, è uno sparo nel buio alle 4 di mattina che lo porta all’argento nella velocità, a 5 centesimi da quella d’oro. Quasi in contemporanea, la staffetta 4×100 italica, con Jacobs in seconda frazione, figlia delle gerarchie preolimpiche, batte il record italiano scendendo per la prima volta sotto i 48 secondi, e domani punta a un risultato storico, considerando che gli Usa finiscono il disastro nel settore della velocità rimanendo fuori dalla finale, pur senza aver perso il testimone, come accaduto in passato: davvero qui siamo al mondo alla rovescia.
Era dal 1972 che non rimanevamo fuori da tutte le semifinali delle gare a squadre. Ieri Campagna era ancora incredulo, mentre ho visto giocatori grandi e grossi piangere nell’intervista, anche questo è lo spirito olimpico in fondo, è davvero un qualcosa in più per tutti questi sport.
Il Ct della pallavolo femminile Mazzanti ha dato parte della colpa ai social, dicendo che le ragazze non sono riuscite a gestire la pressione dei media nel torneo, e ci posso anche credere, stiamo pur sempre parlando di atlete giovani che non sono abituate a vedere i loro nomi sparati in prima pagina sui giornali sportivi, ma al massimo verso pagina 20, anche questo è un tributo da pagare alle Olimpiadi, e fa bene la Pellegrini, neo rappresentante degli atleti, a chiedere che la figura del mental coach venga in qualche modo esportata anche negli sport minori, che in questa occasione si trovano sotto i riflettori e non riescono a gestire quello che comporta.
Sentito nella notte lanciatore di peso italiano, nato in Sudafrica e finito quinto in finale con un miglioramento di quasi mezzo metro, rilasciare buona parte dell’intervista direttamente in inglese, perché con l’italiano se la cava male: è la risposta migliore ai decreti Salvini che prevedono l’esame di italiano per avere la cittadinanza.
La giornata prosegue con un inaspettato oro nei 20 km di marcia, corsi (e spesso nella marcia non è un modo di dire) in una umidissima Sapporo, marcia dove abbiamo una tradizione ormai solida: raggiungiamo così le tre medaglie d’oro nell’atletica di Mosca e Los Angeles. È ancora un pugliese ad affermarsi davanti a due giapponesi, ricordando che le medaglie non si vincono se non col lavoro di squadra, tormentone di tutti questi giorni, il che è perfettamente vero, ma se poi non c’è la materia prima il lavoro del team lo prendi e lo butti direttamente nel cesso.
Quasi contemporaneamente Elia Viviani, oro a Rio, portava a termine una rimonta straordinaria finendo terzo nella gara Omnium di ciclismo su pista, con due prove finali dove ha dominato in lungo e in largo, perdendo l’argento solo all’ultimo dei 100 giri previsti.
Ultima medaglia italiana della giornata, il bronzo nel karate femminile. Il karate è quella disciplina dove non si combatte, ma si fanno solamente le posizioni nella maniera migliore, urlando anche come ossessi come si portasse il colpo: disciplina millenaria e rispettabilissima, introdotta in Giappone come omaggio alla nazione ospitante, ma francamente assai poco televisiva e olimpica.
Peccato per il lottatore italo cubano Chamizo, sconfitto in semifinale, che a fine della gara è un uomo finito, il suo orizzonte di 5 anni di sacrifici per vincere l’oro finisce 9/7 in sei minuti, e lui non se ne dà pace, è davvero un eroe sconfitto degno della tragedia greca mentre lascia i microfoni.
Oggi semifinali di basket maschile. Nella prima sfida gli Usa accusano 15 punti di svantaggio dopo 15 minuti, e fanno pensare di essere sull’orlo della resa, poi gliene danno 35 di scarto negli ulteriori 15, che considerando avessero davanti la solidissima Australia è una cosa oltre ogni orizzonte sportivo: è uno scarto che in quelle dimensioni e in quel lasso di tempo probabilmente non avverrebbe nemmeno fra una squadra Nba e una italiana, per capirci. La seconda semifinale è una fantastica Francia-Slovenia, finita all’ultimo secondo con la vittoria della Francia per una stoppata a canestro ormai fatto da parte di un giocatore sloveno; nel post partita Batum, il giocatore che ha fatto la stoppata, va a consolare il bambino prodigio Doncic, alla sua prima sconfitta in Nazionale, e oggi autore di una prova non ottimale, con tanto di tripla doppia e 18 assist.
Come se nel calcio all’ultimo secondo uno in rovesciata acrobatica salvasse un gol sulla linea, e poi andasse a consolare l’avversario sconfitto, senza lasciarsi andare a gesti provocatori di varia natura sotto la curva, peraltro ormai vuota.
Nel basket in generale, ma anche in quello italiano in particolare, tutto questo avviene assai spesso durante l’anno, ma ce ne accorgiamo solo in queste occasioni: forse se tornassimo allo sport alla radio per tutti, se ne vedrebbero di più.