di Alessandro Tozzi
Giornata in fondo normale per noi, a parte i due ori nell’atletica in 10 minuti…
Ripartiamo da capo. Nella notte del definitivo addio della Pellegrini, la staffetta 4×100 mista maschile nel nuoto ha fatto meraviglie, con una medaglia di bronzo che mette il sigillo alla bontà del movimento natatorio italiano di questa edizione. Peccato solo per il quarto posto di Paltrinieri, che avrebbe meritato di più, ma la malattia non gli ha consentito di essere al meglio, e l’argento negli 800 stile è già qualcosa di grande.
In quest’Italia che lotta e non si piange addosso, non rientrano stavolta quelli della scherma, ultima delusione il fioretto maschile a squadre. Non so se sia un problema di talento, certamente lo è di testa: arriviamo spesso a giocarcela fino alla fine, e poi negli ultimi assalti andiamo in bambola: cercasi mental coach che porti gli azzurri ad uccidere direttamente l’avversario con una spadata finale e definitiva.
L’Italbasket martedi gioca nei quarti con la Francia una sfida proibitiva, ma la palla è rotonda e il canestro pure, chiedete informazioni ai serbi; attendiamo notizie anche sugli accoppiamenti del volley e della pallanuoto, che puntano decisi a una medaglia.
Dove eravamo rimasti? Ah si, all’atletica.
Dove una venezuelana fa il record del mondo nel salto triplo, e un americano ha vinto i Trials sia nel salto in lungo che nel salto in alto, che è una roba da superman, considerando la differenza sostanziale fra le due discipline.
E l’Italia?
L’Italia si presenta in batteria con Jacobs, ventiseienne di colore, che in semifinale stampa un 9.84 di record europeo, finendo addirittura terzo nella sua batteria dietro a un cinese che pare una palla di cannone per come esce dai blocchi. La sua storia è particolare, aveva iniziato come lunghista, con un personale di 8.48 ventoso, poi negli ultimi anni ha scelto la velocità pura, con risultati buoni, ma non eccezionali, fino al 9.95 di qualche mese fa, che lo indicavano come possibile outsider per un posto in finale, che nessun italiano ha mai raggiunto. E lui con 9.84 ce l’ha fatta, è nella storia, nemmeno Mennea aveva mai corso la finale dei 100.
Poi com’è andata a finire lo sapete, una partenza difficile, la stanchezza accumulata, e insomma un quinto posto con 9.92 è pur sempre una cosa da raccontare ai nipoti qui in Italia per un ventiseienne che fino a pochi mesi fa nessuno sapeva nemmeno chi fosse.
Ma passiamo a Tamberi, la cui storia invece è nota a tutti.
Figlio di un saltatore olimpico, nel 2016 a Rio era fra i favoriti per una vittoria, ma nell’ultimo meeting prima delle Olimpiadi per cercare di saltare 2,41 cm gli parte la caviglia, Olimpiadi saltate. Da lì anni difficili per lui, che è praticamente pazzo, senza mai arrivare ai risultati del 2016. Arriva a queste Olimpiadi a fari spenti, e salto dopo salto trova fiducia, ma non sembra essere fra i favoriti a quelle altezze via via più alte. Ma lui non sbaglia mai, anche se Bashir, il qatariota che ha leve allucinanti, salta le sue misure con facilità irrisoria. Ma i 2,33 e i 2.35 saltati al primo tentativo lo portano avanti, a pari merito con Bashir, poi saltano entrambi 2,37 al primo tentativo e sbagliano i 2,39, per Bashir non l’avrei detto mai. Nell’ultimo salto, che poteva portarlo dritto all’oro, Tamberi pone accanto a sè il gambaletto del 2016, con sù scritto Road to Tokyo 2020, poi divenuto 2021 con una cancellatura: una pioggia di lacrime inondava le televisioni di tutta Italia, ma non bastava a tracimarlo sopra i 2.39. L’ultimo salto sbagliato gli regalava però l’argento, salvo lo spareggio con lo strafavorito Bashir, almeno così dicevano i telecronisti, ma è bastato un attimo ad entrambi per accordarsi sull’ex aequo, è medaglia d’oro, e follia totale di Tamberi per 20 minuti, che piange, si inginocchia, bacia tutti, si stende per terra, sono quelle gioie attese 5 anni che non sai nemmeno come affrontare, anche se quel momento l’hai vissuto per 5 anni ogni giorno della tua vita.
Mentre Tamberi è lì che festeggia impazzito con la bandiera italiana, sullo slancio gli arriva accanto il vincitore dei 100 metri, e lui se lo abbraccia unendolo alla festa italiana: è Jacobs, che avevamo lasciato quinto con 9.92, che invece con 9.80 arriva primo con mezzo metro di vantaggio, stracciando il resto del mondo. E’ una vittoria pazzesca che non sarà possibile dimenticare, mentre Jacobs nell’intervista in perfetto italiano con un pizzico di dialetto lombardo è tranquillissimo, quasi ignaro di aver migliorato il proprio personale di 15 centesimi in un giorno.
Due ori così, nei 100 metri e nel salto in alto, non si erano visti mai da queste parti, tanto più nell’atletica dove a Rio avevamo fatto zero medaglie. Ultimo oro quello del povero Schwazer nella marcia a Pechino 2008, che mi piace oggi accomunare a questi due per quanto gli è avvenuto in questi anni, una storia davvero poco chiara dove le analisi in sede penale hanno dimostrato che le sue provette sono state alterate, vai a capire da chi e perchè.
Oggi queste tre storie, tutte molto italiane, dove le lacrime per diversi motivi superano i sorrisi, sono riunite nel ricordo, almeno nel mio: l’ultima medaglia olimpica nell’atletica, e le due odierne.
E allora Viva l’Italia, stavolta con gli occhi lucidi, e non asciutti, nella notte scura.
L’Italia che non ha paura.