E’ quel momento lì. Quando tutto è finito, la tensione se n’è andata via, ogni cosa è andata bene e ci si può sedere guardando il vuoto e lasciando che l’adrenalina scorra via. Il CT azzurro Riccardo Vernole si guarda attorno, quello sguardo tra il soddisfatto e lo stanco morto, e guardandosi attorno riesce anche a guardare un po’ indietro e un po’ avanti. Indietro ci sono i Campionati Assoluti di Busto Arsizio, appena terminati. C’è la lista delle convocazioni per i Mondiali di Londra buttata giù da poco. Ci sono risultati figli di anni di lavoro e di sogni che parevano impossibili e che poi si sono realizzati. Davanti c’è il futuro, un futuro che significa Mondiali, un futuro che significa Paralimpiadi di Tokyo, un futuro che significa altre sfide da vincere.

Mi hanno appena girato – dice – una frase bellissima: “Si può scoccare una freccia solo tirando l’arco indietro. La vita fa la stessa cosa: ogni arretramento serve a darti energia per la crescita successiva”. Questa frase è perfetta per noi, perfetta per il nostro mondo.

Perfetta, perché?
Perché quando si parla di disabili, quando si guarda al mondo paralimpico, si tende a guardare sempre alla disabilità: alla difficoltà, al problema, all’arretramento. E lo si guarda come una cosa negativa. Invece non è così.

E com’è?
Invece è proprio come dice quella frase: ogni passo indietro, ogni apparente debolezza in realtà è un punto di forza: qualcosa che ti aiuta a raggiungere i tuoi traguardi, qualunque essi siano. E questo lo puoi capire solo guardandoci dentro, solo lavorando sul pezzo tutti i giorni tutto il giorno. Così, in questo modo, capisci.

Capisci cosa?
Lavorare con atleti disabili è splendido perché ti obbliga a diversificare: nessuno è uguale all’altro, ognuno ha le sue caratteristiche e i suoi punti di forza, ognuno ha dei punti deboli. La bravura di un tecnico è quella di capirli e di riuscire a lavorare in modo differente con ogni singolo atleta. I genitori in genere fanno così con i loro figli, indirizzandoli verso la loro strada, dando a tutti le stesse attenzioni ma lavorando su ognuno in modo diverso. Ecco, mi piace questo paragone.

In una parola?
In una parola, rispetto. Perché nella vita il segreto è riuscire a trovare un equilibrio, cosa che spesso manca proprio nel mondo dello sport e degli atleti più forti. Equilibrio nello stare al mondo e nello stare in acqua, equilibrio con le persone.

E come si ottiene, questo equilibrio?
Io credo che la cultura sia un elemento fondamentale: i nostri atleti sono nuotatori fortissimi ma allo stesso tempo sono studenti brillanti, sono ingegneri, sono laureati, sono persone che hanno faticato e con le quali è bello parlare. Me lo diceva giusto ieri un cronometrista: “Ma questi sono ragazzi che hanno sempre qualcosa di interessante da dire”. Vero: questo per me significa equilibrio, questo per me significa rispetto.

Fatte le convocazioni per i Mondiali di Londra. Da CT, cosa dice?
Che ho convocato 22 atleti, e che sono 22 atleti forti: vincere e ottenere risultati non è facile e non è scontato, mai, però ci sono le basi e di sicuro c’è la cosa più bella.

Ovvero?
Chi ci sarà è felicissimo di esserci, perché la Nazionale è un orgoglio e un gruppo meraviglioso: un gruppo di persone che ama ritrovarsi e stare insieme diventando Squadra.

Un attimo: questa frase ce la si può aspettare dal presidente Valori, un po’ meno da lei che fa il CT…
E perché? Il nuoto forse è lo sport più individuale che esista, però non è solo questo. Perché il nuoto, e noi ne siamo un esempio perfetto, può essere anche uno sport di squadra: ognuno nuota nella sua corsia, ma non è mai da solo.

Torniamo ai risultati: cosa si aspetta?
Questo non lo so, ma so una cosa: il futuro non mi spaventa. Un medagliere ricco non nasce per un colpo di fortuna, non salta fuori dal nulla: è sempre il risultato di un grande lavoro, una conseguenza naturale di scelte fatte e di sfide vinte. Certo, a volte può capitare di vincere un po’ per caso, ma è raro. E vincere dopo aver lavorato e sudato tanto è più bello. E’ un po’ come arrivare in cima a una montagna: si può arrivare con la funivia, o dopo aver camminato per sei ore. La cima è la stessa, ma la soddisfazione quando ti guardi indietro e pensi alla fatica fatta, non è paragonabile. Agli ultimi Europei di Dublino il nostro Inno è suonato tante volte ed è stato bellissimo, perché fino a qualche anno fa gli unici Inni che suonavano erano quello inglese o quello russo. Ed è più forte di me: quando sento il nostro Inno, io chiudo gli occhi e penso al lavoro che ci sta dietro, al lavoro e alle persone che hanno permesso di far suonare quelle note che sono le più belle del mondo.

Che Mondiale sarà, quello di Londra?
Un Mondiale a cui porteremo una Nazionale forte. Un Mondiale che ha vissuto un cambio di sede e di date e questa cosa ha rivoluzionato i calendari di tutti. Un Mondiale che affronteremo con serenità. Gli ultimi Assoluti ci hanno regalato degli atleti in grande forma. Penso a Bocciardo, Barlaam, Trimi ma anche ai volti nuovi come Angela Procida e Giulia Terzi. Un Mondiale in cui, e questa è una tradizione tutta italiana, copriremo tutte le classi: perché è facile concentrarsi sulle classi più alte, mentre noi storicamente abbiamo iniziato con quelle medio-basse per arrivare poi a puntare anche su quelle alte che hanno un significato enorme.

Perché?
Perché è importante far nuotare con noi quegli atleti che magari provengono dalla FIN o che nuotano anche per la FIN. Per abbattere quella barriera culturale, per levare quell’etichetta fastidiosa che quella “P” in più nella sigla si porta dietro. Nuotare per la FINP non deve essere visto come una rinuncia, ma come una fantastica opportunità: Carlotta Gilli è uno splendido esempio di quello che sto dicendo.

Come è arrivato, Riccardo Vernole, nel mondo paralimpico?
Sono nato così, mi verrebbe da dire: quando avevo qualche mese mio padre era presidente della FISD, ho sempre vissuto questo mondo. Uno dei primi ricordi che ho è quello di me bambino, che passo le serate con mia mamma e mia sorella a infilare i nastri nelle medaglie. E’ stato naturale, anche se non semplicissimo.

Spieghi…
Erano altri tempi, quelli che si occupavano di disabili erano dei carbonari, e per mettere in acqua ragazzi considerati “diversi” ci voleva una buona dose di coraggio. Per fortuna, ci sono state persone che quel coraggio l’hanno avuto. C’è da dire una cosa, però.

Prego.
Fin da piccolo, volevo fare quello che sto facendo. Fortemente.

E come ci è arrivato?
Passando dalla scuola del Santa Lucia, una palestra meravigliosa che grazie al lavoro di tante persone è diventato un punto di riferimento per il nuoto paralimpico. E proseguendo con il mio lavoro in Polizia, un aspetto determinante della mia vita e una realtà fondamentale.

Ce la racconta?
Al di là del piano valoriale, della vera e propria scuola di vita che per me è stata ed è la Polizia di Stato, credo che ci sia un aspetto importante che tocca da vicino lo sport paralimpico. C’è stata l’importantissima apertura delle Fiamme Oro agli atleti paralimpici, c’è stata un’attenzione concreta e reale, e soprattutto c’è stata una comunione di intenti. Il Prefetto Franco Gabrielli, Capo della Polizia di Stato, è stato esemplare nel vedere nell’apertura allo sport paralimpico anche un aiuto oggettivo e reale a quei colleghi che hanno subito un infortunio, e che nella disgrazia hanno visto della normalità: donne e uomini che hanno potuto continuare a fare quello che più di ogni altra cosa volevano fare. I poliziotti.

Guardi avanti: che cosa vede?
Più che vedere, sogno. E sogno di crescere, sogno la possibilità di ampliare la nostra base, sogno una FINP in grado di diventare una “macchina da guerra” capace di reclutare nuotatori e nuotatrici in tutta Italia. E in questo, sogno un aiuto maggiore da parte della FIN. Se si sviluppasse questa collaborazione perfetta, saremmo i più forti del mondo per i secoli a venire. E poi ho una preghiera.

Siamo tutt’orecchi…
Alla Rai: venite a Londra. Venite a raccontare i Mondiali, mostrate i nostri ragazzi e fateli parlare: perché hanno cose meravigliose da dire, messaggi importanti da far passare, emozioni vere da trasmettere. E il nostro Paese ha bisogno di queste cose. Se la Rai decidesse di non venire, sarebbe un’occasione persa: sarebbe un peccato. Perché sono convinto che gli italiani si appassionerebbero a noi: guardate cosa è successo anni fa con Luna Rossa e l’Italia che si alzava di notte per seguirla pur non capendo nulla di vela. O più recentemente, con la Nazionale femminile di calcio: se raccontata bene, ogni storia diventa meravigliosa e appassionante.