Dio, calcio e milizia
Dio, calcio e milizia

Mercoledì 25 maggio, alle 21.45, nel Circolo Aurora di piazza Sant’Agostino (Arezzo), Francesco Maria Rossi presenta il libro «Dio, Calcio e Milizia» del giornalista romano Diego Mariottini (edito da Bradipolibri), all’interno della rassegna InternoAurora.

C’erano una volta un Paese sul Mare Adriatico; un dittatore dal polso di ferro, che non poteva permettersi distrazioni ma che riusciva a barcamenarsi fra Stati Uniti e Unione Sovietica; un calcio pieno di talenti geniali ma talvolta inconcludenti; sei popoli con lingue e religioni diverse costretti dalla “ragion di stato” a federarsi e a stare forzatamente insieme; un ragazzino di buona famiglia dalla parlantina sciolta e dalle idee chiarissime che sognava di diventare il capo della malavita in Jugoslavia e che avrebbe fatto di tutto per realizzare quel sogno.

Ma c’erano anche il Muro di Berlino; l’UDBA, il tremendo e inflessibile apparato di servizi segreti della Jugoslavia; criminali come Cavallo Pazzo, Il Caramellaio, Žika il Duro, Karate Bob e Vule il Sarto; una donna bellissima che ancora fa la cantante e che risponde al nome d’arte di Ceca (in italiano, Zeza). C’erano una volta anche squadre di calcio importanti e rinomate che giocavano nello stesso campionato e oggi non più: la Stella Rossa di Belgrado, il Partizan Belgrado, l’Hajduk Spalato, la Dinamo Zagabria, il Velež Mostar, lo Željezničar di Sarajevo, il Borac di Banja Luka. C’erano infine tifosi scatenati ma sinceramente legati ai colori della propria squadra: la Torcida dell’Hajduk, i Delije (eroi) della Stella Rossa, i Grobari (becchini) del Partizan, i Bad Blue Boys (ragazzacci in blue) della Dinamo Zagabria.

«Dio, Calcio e Milizia», di Diego Mariottini, giornalista e scrittore romano che lavora all’università di Roma (edito da Bradipolibri) racconta e spiega attraverso la vicenda di Arkan come un Paese fino a quel momento considerato un modello di convivenza civile ed etnica scivoli nell’abisso di una delle peggiori guerre civili di ogni tempo e come un malinteso senso del tifo e dell’appartenenza calcistica abbia fatto da sfondo alla barbarie in una nazione che nel frattempo aveva già smesso di esistere con la denominazione di Jugoslavia.

Scrive Mariottini: «Lo sport più bello del mondo si trasforma dunque, nelle mani di presidenti senza scrupoli e di sciacalli di Stato, in un “parabellum” senza pietà. La devianza, di cui Arkan sarà l’artefice principale, arriverà a inquinare tutto: politica, calcio, rapporti interpersonali, senso della convivenza civile. Oggi, in pieno terzo millennio, la Jugoslavia è frammentata nelle sei realtà che fino ai primi anni ’90 l’avevano composta».