di Alessandro Tozzi
Come da pronostici, con appena 300mila preferenze a Roma si va al ballottaggio, vista la scarsa affluenza alle urne.
Ci arrivano Michetti e Gualtieri, i due delle corazzate dei partiti, come li chiama la Raggi, dimenticando che appena 3 anni fa i 5 stelle erano quasi al 40%, e praticamente hanno fatto eleggere alle politiche chiunque fosse candidato con loro, anche per sbaglio.
Ci arrivano senza convincere, e sarà lotta dura in questi 15 giorni per cercare il voto degli astenuti e degli altri due contendenti (gli altri 20 e passa candidati sindaci hanno il 4% in tutto).
Calenda arriva terzo al fotofinish, e se avesse chiuso l’accordo col Pd sarebbe stato sindaco in carrozza, ma correndo da solo era quasi destinato alla sconfitta, seppur onorevole, dopo aver seminato soprattutto nei quartieri della Roma bene, quindi 2/3.
La Raggi arriva praticamente quarta su quattro, e non capiamo se si lamenti di complotti interni stavolta, arringa la folla dei suoi promettendo un controllo severissimo sul Sindaco che verrà, il quale (dice) ha ormai la strada spianata perchè ha pensato a tutto lei.
Non sapremo mai perchè si è ricandidata, andando contro anche la regola dei due mandati dei 5 stelle ormai dimenticata, sapendo che i numeri erano grosso modo quelli, se aveva anche il problema di franchi tiratori nel suo Movimento, tiratori che non potevano non esserci visto il ricambio nelle poltrone di questi 5 anni: sono stati licenziati negli anni 2 vicesindaci, 17 assessori, un capo di gabinetto, un capo del personale, 6 tra alti dirigenti e dirigenti in Acea, 7 in Atac, 5 in Ama.
Tutti rigorosamente scelti da lei, in nome del bene di Roma, o del meno peggio. E’ stata una sindacatura con molte aspettative e pochi risultati, siamo passati dal consenso bulgaro di 5 anni fa al Marziano a Roma di Flaiano: a chi Roma? A noi! E giù un pernacchio….
Roma ha troppa storia dietro le spalle per commuoversi e rimpiangere chicchessia, preferisce il sarcasmo, le riesce decisamente meglio: figuriamoci se può rimpiangere la Raggi.
Immagino che Virginia si riciclerà in politica, un posto non si nega a nessuno, e rimanere a Roma da consigliera comunale non glielo auguriamo, non le vogliamo così male: sarebbe come mettere Napoleone a fare il maresciallo dopo Waterloo, meglio la morte, se dignitosa.
Il quinquennio era cominciato col post del marito che la elogiava, ricordandole che 20 anni prima lui le aveva pronosticato che sarebbe divenuta sindaca di Roma; attendiamo dunque il suo post di chiusura di questa esperienza, per capire dove la vede ora, visto che a studio Previti nuovi praticanti nel frattempo incalzano.
La sfida Michetti Gualtieri, peraltro, è decisamente una delle meno interessanti di tutto il panorama mondiale.
Il primo ha impostato la campagna elettorale parlando dei fasti della Roma imperiale, scopiazzando poi il programma dove capitava: la sua idea di città credo sia ferma alla reintroduzione dei vespasiani per strada e del sabato fascista per fare ginnastica tutti insieme.
Il secondo, serioso pover’uomo catapultato da Bruxelles, non ha dentro di sè l’animo romano, l’unico che ti può consentire di entrare in sintonia con una popolazione di Pierini pronti solo a prenderti per il culo e disobbedire; l’ultimo ad avercelo fu Rutelli, decisamente altri tempi.
Non so chi vincerà, e se Gualtieri riuscirà a compattare quei voti rimasti liberi dagli altri due, come dicevano i pronostici in caso di ballottaggio con Michetti: in ogni caso non ne uscirà un gran sindaco, temo, anche se è difficile far peggio di Virginia nostra.
E fra 5 anni il pernacchio stavolta probabilmente se lo prenderà lui.