di Alessandro Tozzi
Ci lascia anche Comunardo Niccolai, il cui nome il padre, fervente antifascista, aveva assegnato nel 1946 in onore della Comune di Parigi, dove proprio in questi giorni tira aria di destra: altri tempi e anche altra società, considerando che il fratello lavorava come uomo proiettile al circo di Colonia.
Niccolai è uno degli emblemi del Cagliari scudettato del ’70, nel quale gioca una decina di stagioni, con 228 presenze, 4 gol e 6 autogol.
Si, proprio gli autogol sono il suo marchio di fabbrica (si, è vero, Ferri e Baresi ne hanno di più, ma che belli che erano i suoi), e chissà cosa ne penserebbe oggi la Levi Montalcini di questi errori visti come ineludibile momento di crescita del ragazzo, come riportava il tema della maturità di pochi giorni fa.
Vaglielo a dire ad Albertosi quando l’anno dello scudetto a Torino in un Juve-Cagliari poi finita 2/2, Niccolai lo brucia in anticipo sul primo palo cosa ha pensato di quell’errore (in realtà sappiamo bene cosa ha pensato, ricoprendo Comunardo di insulti per 10 minuti buoni, gli stessi che spinsero Rivera nella semifinale del 1970 a scappare verso l’area tedesca dopo il 3/3 di Muller per segnare magicamente il gol del 4/3), o anche in un Bologna-Cagliari 2/1, nel quale il portiere esce a prendere a terra la palla, Niccolai lo anticipa dribblandolo in bello stile e se la butta dentro: quell’autogol rimase talmente vivo nei tifosi del Bologna, che un paio d’anni dopo, in una partita contro il Cagliari ormai quasi senza speranza per i felsinei, l’intera tribuna cominciò per ironia, ma anche per scaramanzia, a gridare con enfasi il nome “Niccolai Niccolai”, stavolta senza successo.
Nelle sue sei autoreti, peraltro non compare un famoso episodio in un Catanzaro-Cagliari del 1972 arbitrata dal mitico Lo Bello, col Cagliari in vantaggio al 90mo, il Catanzaro entra in area, Niccolai sente un fischio – che nella sua testa potrebbe essere un calcio di rigore o la fine della partita, e dal limite dell’area recupera la palla vagante e tira una mina pazzesca esattamente sotto la traversa (per rabbia? per spazzarla? perchè era finita la partita? per assicurare il suo nome all’immaginario collettivo? chi può dirlo…), con Brugnera quasi sulla linea che è costretto a una parata in tuffo all’incrocio per salvare quella saetta; il Catanzaro segnerà poi quel rigore e la partita finirà 2/2, per la prodezza più clamorosa di Comunardo, anche se nel tabellino non risulterà.
Quella magica stagione del Cagliari lo porta anche in Nazionale (dove farà tre apparizioni in tutto) a Messico 70 dove parte titolare, ma una certa aura di sfiga lo perseguita, si fa male alla prima partita ed esce, sostituito da Rosato, che poi ne prenderà il posto. Diranno le cronache che Manlio Scopigno vedendolo in televisione mentre inquadravano le formazioni, avrebbe detto sardonicamente “Non avrei mai pensato di vedere Niccolai in mondovisione”, in realtà un enorme complimento per un giocatore normale come lui assurto alla Nazionale dopo una stagione esaltante giocata a Cagliari, nella quale Albertosi in 30 partite aveva subito in tutto 11 gol, 1 dei quali proprio da Comunardo.
No, non ci sono più quegli autogol di una volta, caro Comunardo, e nemmeno le Comuni, Graziano Mesina che da latitante viene allo stadio il giorno dello scudetto, il sinistro di Gigi Riva, Lo Bello con quella divisa da arbitro meravigliosa, Albertosi in porta senza guanti, gli allenatori naif come Scopigno che faceva gli allenamenti al pomeriggio perchè la mattina dormiva e nemmeno gli uomini proiettile; rimangono gli errori, quelli si, ma nessuno se ne assume più la responsabilità.
Forse, per citare Paolo Conte, questo “è un mondo adulto, si sbaglia da professionisti” e basta vedere le cifre dei contratti per capirlo, ma quanta nostalgia per quell’altro mondo là prima di tutto questo dove se eri campione d’Italia e andavi in mondovisione c’era ancora un sano stupore di quel che stava accadendo.
Ti sia lieve la terra Comunardo.
Ora finalmente sei in un mondo senza errori. Almeno così dicono.

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