di Alessandro Tozzi
Gianni Clerici, 92 anni a luglio, si ferma qui.
Insieme a Gianni Brera e Gianni Mura, lo scrittore prestato allo sport che ha narrato 50 anni di Italia: se non ti chiamavi Gianni, insomma, non potevi far parte del loro salotto buono (e un quarto, Arpino, prestato per un periodo limitato allo sport si chiamava Giovanni).
Tennista di basso livello negli anni ’50, una partecipazione a Wimbledon e una al Roland Garros con due sconfitte, quando lo sport era dilettantistico e potevano permetterselo davvero in pochi, è stato per distacco il giornalista italiano numero 1 del tennis, e uno dei primi del mondo; solo lui e Nicola Pietrangeli fanno parte della Hall of fame della raccheta.
Con Rino Tommasi, noto fin lì per essere organizzatore di pugilato, hanno composto una coppia storica di commentatori televisivi: Gianni era il re dello svolazzo e del cazzeggio, Rino della statistica e del circoletto rosso. Insieme erano perfetti, presi da soli sarebbero stati alla lunga quasi insopportabili. Anche perchè mentre loro andavano in onda su Montecarlo, sulla Rai spesso lo stesso torneo (quanta abbondanza, come le fontane di Marino che davano vino) era commentato da Galeazzi e Panatta che parlavano di gossip e cene fuori, con uno sguardo al campo ogni tanto, se proprio non se ne poteva fare a meno. Perfetti anche loro, magari per il tennista della domenica.
Con Clerici, che ha scritto anche molti romanzi (un paio li ho nella scrivania, e a questo punto dovrò leggerli), si chiude l’epoca del giornalista chansonnier, quello che non ti scriveva nel pezzo nemmeno il risultato della partita perchè era superfluo e lo sapevano già tutti, ma te lo faceva capire dal testo.
Lo scriba Gianni sapeva tutto ma sapeva parlar d’altro, lo chiamavano il Dottor Divago per la sua tendenza a uscire dagli schemi, nella consapevolezza che il tutto senza poesia è mera erudizione, a quella pensava Tommasi da par suo; a me talvolta per il distacco da questa terra ricordava un po’ Zeman come figura, ma più incline a prendersi in giro.
Ora il giornalista è imbottito di statistiche, ma spesso non ne capisce niente dello sport che sta commentando, e quando lo capisci è come scoprire che Babbo Natale non esiste, cosa lo sento a fare un telecronista che ne sa meno di me di quello che sto guardando?
Clerici lascia qualche migliaio di articoli, e qualche milione di fans: di solito nel giornalismo nostrano accade il contrario….

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