I conti, tradizionalmente, si fanno alla fine. Però il ciclone Jacobs&Tamberi è talmente forte, talmente potente, che ha investito non soltanto lo sport azzurro, ma ha riportato l’atletica al centro dell’interesse e della passione di tutti gli italiani (i dati degli ascolti tv e le tendenze social parlano chiaro). Emozionandoli e facendoli sentire orgogliosi di queste medaglie d’oro, attese per troppo tempo, arrivate in un’estate indimenticabile. Ecco perché le prime riflessioni su Tokyo 2020 si possono già tratteggiare, con le parole del presidente della FIDAL Stefano Mei, primo tifoso degli azzurri, team leader e trascinatore al Villaggio olimpico: “È stato uno shock, siamo stati travolti da questa sbornia di successi. Oggettivamente Gimbo e Marcell hanno cambiato la storia dello sport italiano. Per quattro giorni i giornali hanno parlato soprattutto di atletica ed è qualcosa senza precedenti. L’uomo che corre più veloce al mondo, l’uomo che salta più in alto. Quanto vale tutto ciò, se solo si considera che in ogni sport si corre o si salta? Mi aspetto che alla fine del periodo estivo i campi d’atletica siano presi d’assalto. Perché l’impatto è stato fantastico. Una rivoluzione copernicana. Il merito è dei ragazzi, degli allenatori e della struttura tecnica che li ha supportati. Cominciare così questa Olimpiade è stato veramente appagante”.

Due ragazzi straordinari, Marcell e Gimbo, due uomini veri, prima ancora che campioni (olimpici). “Marcell è la persona più equilibrata che conosca – continua Mei – addirittura troppo, considerato il modo in cui ha esultato, di fronte all’irresistibile euforia di Gimbo. La cosa più sana, per Jacobs, dinanzi alla notorietà e alle pressioni, credo sia quella di restare il ragazzo di sempre. Continuare la propria vita”. Due fenomeni, due simboli, e sulla loro scia una serie di risultati e di volti emergenti che stanno affrontando l’Olimpiade con una maturità sorprendente per la propria età: “Non possiamo vincere 76 medaglie (tante quanti i convocati, ndr) ma in generale, ognuno per la propria parte, sta dando il massimo. Sono assolutamente soddisfatto di come stia andando qui a Tokyo, con il 60% del passaggio dei turni e fuori dal campo con una squadra che ammiro per educazione e disponibilità. La nostra è una gioventù di altissima qualità”.

“Dobbiamo far sì che questi campioni ispirino le future generazioni”, gli fa eco il direttore tecnico Antonio La Torre. “Se è vero che le punte stanno facendo il loro lavoro in maniera eccellente, in riunione abbiamo detto ai ragazzi che tutti sono importanti come Gimbo e Marcell. Abbiamo portato Sibilio in una finale storica, la 21enne Battocletti ha il carattere di un’atleta consumata, Randazzo è riuscito nell’intento di entrare negli otto. Ci aspettano le finali di Dallavalle e Ihemeje nel triplo, di Weir nel peso. Ma oltre i record europei dei 100 abbiamo già tre primati italiani con Bogliolo nei 100hs, Osakue nel disco e la staffetta mista. E a proposito di staffette, la 4×100 maschile ha ambizioni importanti: se andremo in finale dovremo osare e provare a divertirci. La ciliegina sarebbe la finale e il record italiano della 4×400 maschile. Più in generale, mi piace l’atteggiamento: la stiamo smettendo con la cultura degli alibi, non diciamo più ‘piove governo ladro’ quando sbagliamo una gara. Finalmente i nostri atleti vanno a gareggiare con costanza all’estero e si perdono meno. C’è stata una costruzione nel tempo e adesso stiamo raccogliendo i frutti. Devo dare atto al presidente Mei che non mette nessuna pressione addosso agli atleti e non c’è nessuna interferenza nelle scelte tecniche”.

Il DT La Torre pronuncia parole di profonda gratitudine e apprezzamento nei confronti di Marcell Jacobs: “Lo definisco ‘il velocista della porta accanto’, la sua forza è questo sorriso disarmante, raggiunto con fatica, lavorando su se stesso. È già un eroe e se vuole diventare leggenda deve continuare a fare le cose per bene: in questo, Gimbo Tamberi gli potrà insegnare tanto, per come ha lavorato negli ultimi cinque anni, dall’infortunio del 2016 fino a Tokyo. Ho anche letto cosa scrivono alcuni giornalisti stranieri: non sta scritto da nessuna parte che il vincitore dei 100 metri delle Olimpiadi debba essere per forza americano o anglosassone. Soltanto chi non conosce il percorso di Marcell e la maniacalità dei suoi allenamenti può avere qualche dubbio”.