Edita Pucinskaite sa benissimo cosa voglia dire correre un Tour de France, quanto questo possa influire sulla carriera di un’atleta e su quella del ciclismo femminile in generale. SuperNews l’ha intervistata in esclusiva al ritorno dalla sua Lituania, dove è stata impegnata per un progetto benefico, nel quale ha girato in bicicletta sulle strade in cui è nata e in cui è diventata una campionessa assoluta del ciclismo femminile.

Edita, sei tornata da poco dalla tua Lituania. Come si vive l’attuale momento di difficoltà? Lo sport può aiutare a superare certe divisioni?
Lo sport può fare tanto, ogni singolo sportivo può contribuire, vediamo ciò che è riuscito a fare Gino Bartali durante la guerra, per esempio. Purtroppo, però, lo sport non può risolvere i problemi di questa drammatica fase storica e non ci resta che attendere. In Lituania si respira un’apparente normalità, ma la preoccupazione resta alta.

Parlando di ciclismo, quest’anno il Tour de France femminile torna dopo 13 anni di assenza. Quanto questo evento può aiutare ancora lo sviluppo del movimento ciclistico femminile?
Tantissimo. Il ciclismo – maschile o femminile che sia – senza il Tour, che ciclismo è? Il Tour de France ė l’epicentro, è l’essenza imprescindibile nel mondo del professionismo, lo era ai tempi di Coppi e Bartali, lo è tuttora. Proviamo a togliere il torneo di Wimbledon dal Grande Slam o la Maratona dai Giochi Olimpici, sarebbero la stessa cosa? La mancanza del Tour in tutti questi anni, a mio avviso, ha snaturato il ciclismo femminile penalizzando un’intera categoria di scalatrici pure, come lo è stata Fabiana Luperini e tante altre campionesse della nostra generazione. In questo modo si è favorito velociste e passiste che reggono in salita e che sopra i 2.000 metri e con salite ripetute avrebbero avuto ben altre difficoltà.

Che Tour de France femminile sarà? Come si affronta una corsa del genere dal punto di vista fisico e mentale?
Sul percorso di questo Tour avrei da ridire parecchio. Così come sulla lunghezza della corsa stessa. In sintesi: è bene che sia tornato il Tour, ma deve essere soltanto l’antipasto per riavere almeno in parte una Grand Boucle simile a quelle organizzate da Pierre Boue negli anni 90, con percorsi, salite, durata e dislivello della corsa molto differenti. Non c’è una cronometro degna di questo nome. Manca un vero arrivo in quota a metà Tour, quello che permette di delineare la classifica generale e apre la possibilità ai vari tatticismi in vista delle tappe successive. E’ assente ovviamente una vera e propria tappa regina, con più passi alpini o pirenaici. Servono i passi storici, come Alpe d’Huez, Galibier, Glandon, Madeleine, Tourmalet, perché quando vinci su queste montagne si annulla la differenza tra il mondo maschile e quello femminile. Puoi dire di aver vinto sul Tourmalet! Cambierebbe anche tutto l’approccio agli allenamenti, perché per questo tipo di sforzi la preparazione alla fatica inizia già in inverno. In questa edizione conterà tanto la capacità di riuscire a gestirsi bene e mantenere la massima concentrazione fino alle tappe finali, visto com’è stato disegnato questo Tour de France femminile.

Il Tour de France maschile è finito con la sconfitta di Pogacar. Credevi che lo sloveno potesse essere sconfitto in questo modo?
No, non mi aspettavo sinceramente che potesse essere sconfitto, ma anche lui è umano e anche qualche caduta. Resta comunque un grandissimo campione e questa “botta” gli permetterà di salire ulteriormente di uno step mentale, come accade a tutti i campioni. Vingegaard però si è dimostrato superiore. Alla fine ha dominato in salita e pure a cronometro, avrebbe potuto volere di più?

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