Tokio 2020
Tokio 2020

L’inno di Mameli che risuona due volte all’interno dello stadio olimpico di Tokyo, l’estasi italiana a cinque cerchi che non sembra attenuare i suoi effetti. La prima volta, le note sono tutte per Marcell Jacobs, consacrato ad Olimpia come vincitore dei 100 metri; subito dopo, identico trattamento per il fratello d’oro Gianmarco Tamberi, trionfatore di una indimenticabile gara di salto in alto. Due premiazioni emozionanti, altrettanti momenti di straordinaria intensità e bellezza, a rendere immortali le imprese ottenute sul campo appena poche ore prima. Entrambi in completo bianco, i volti appena segnati dalla battaglia (e dalle poche ore di sonno), Jacobs e Tamberi cantano le parole dell’inno sotto la mascherina. Marcell riceve l’oro di Olimpia da Valery Borzov, che questa impresa – raddoppiata anche nei 200 metri, dove precedette il 19enne Mennea – seppe compierla a Monaco 1972, ormai quasi mezzo secolo fa (la consegna dei fiori avveiene per mano di Anna Riccardi, nella sua veste di membro del Council di World Athletics). La premiazione di Tamberi è altrettanto toccante, in particolare perché lui e Barshsim, appaiati sul gradino più alto del podio, scelgono di violare il protocollo, mettendosi reciprocamente al collo le due medaglie d’oro. E poi, dopo gli inni, via alla festa, con la musica di Raffaella Carrà in sottofondo.

Marcell Jacobs: non ho dormito mai
“No, non ho ancora realizzato niente – dice Marcell Jacobs dopo la premiazione – sono commosso, è stato bellissimo sentire l’inno sul gradino più alto del podio ad un’Olimpiade, con questa medaglia al collo pesante come un macigno. Devo dire che nei sogni non era così bello come nella realtà. Non ho chiuso occhio, lo confesso, non ho dormito nemmeno un minuto, del resto non sarei riuscito a farlo, e allora ho scelto di guardare i social, per capire come era stata vissuta questa doppia vittoria. Non mi aspettavo questo sostegno, davvero. Ora tornerò ad allenarmi più di prima, perché da campione olimpico sento una grossa responsabilità sulle spalle: farò ancora qualche gara, prima di chiudere ed andare in vacanza. Devo essere sincero: non mi aspettavo di correre così forte (fino al 9.80 del record europeo, ndr), ma in realtà ho scoperto che il mio allenatore sapeva che stavo bene, che potevo prendere una medaglia: aveva nascosto i suoi pronostici in camera, e aveva scritto che avrei fatto 9.93, e per la finale 9.85”. Mamma Viviana, gli viene riferito, ha detto che farà il record del mondo: “No, non scherziamo, certi paragoni non li facciamo proprio, lasciamoli ad altri. Abbiamo fatti cose importanti, ma sono a tre decimi da Usain, lui ha fatto la storia dell’atletica mondiale, io no. Ora c’è la staffetta, non vedo l’ora di dormire proprio per preparare al meglio questo appuntamento in cui credo moltissimo”.

Gianmarco Tamberi e l’amicizia con Mutaz Barshim: è qualcosa di reale
“Io e Barshim siamo veramente amici – racconta Tamberi – siamo stati tutta la notte a parlare, non abbiamo dormito mai. Ci sentiamo con regolarità, non è una amicizia finta per i media. Sì, avrei condiviso l’oro con altri saltatori, per esempio con l’australiano Starc; con altri no, sarei tornato a saltare, anche rischiando l’oro. Cosa farò? L’idea, prima di Tokyo, era di fare alcune altre gare dopo le Olimpiadi, ma adesso non so, bisognerà capire come uscirò da questa esperienza. Parigi 2024 è una possibilità, il fatto che sia anche l’anno degli Europei di Roma mi stimola altrettanto. Mi manca il Mondiale all’aperto, per il resto ho vinto praticamente tutto, quindi l’anno prossimo Eugene rappresenta un bello stimolo. Quello che ho fatto qui ricorda l’impresa di Yuri Chechi, assomiglia molto a quanto accaduto a lui, vincere le Olimpiadi tornando dopo un infortunio tremendo”. Il passato, l’ossessione olimpica, è ancora nella testa di Gimbo: “Ho davvero messo tutto dietro all’atletica, l’unica che ho cercato di tenere vicina è stata la mia fidanzata, Chiara. Ma è stata dura, da molti punti di vista. Per anni ho cercato di evitare tutto quello che mi avrebbe distratto dal mio sogno. Anche l’alimentazione è stata difficile da sopportare, mi sono mancate le lasagne della nonna e i cannoli siciliani”. L’ultimo pensiero è al pubblico, assente dallo stadio: “La gente è l’essenza dello sport. Dobbiamo fare di tutto per farla tornare, ovviamente con tutte le precauzioni del caso, usando il buon senso, ma davvero abbiamo vissuto situazioni troppo diverse quest’anno, gli stadi pieni per l’Europeo di calcio, e gli impianti deserti all’Olimpiade. Non può essere”.