di Alessandro Tozzi
Partiamo dalla fine. Buffa esce col pianista e una ragazza dalla Casa del Jazz, si ferma per alcune foto, poi arriva un taxi e ci salta sopra; mentre sta per partire arriva una ragazza, appena uscita dallo spettacolo, e gli dice che il taxi è suo, quello di Buffa è quello dietro, appena arrivato: risate, cambio taxi, dissolvenza.
Fino a pochi minuti prima Buffa aveva raccontato da par suo l’Italia Mundial: facile perchè attingi alle corde della nostalgia e del sentimento, difficile perchè quelle corde in 40 anni le hanno strizzate e raccontate in tutti i modi.
Buffa in 75 minuti tratteggia la sua Italia Mundial, che come per magia è quella di tutti: il vecio Enzo Bearzot e quel suo modo di far gruppo, Pablito Rossi e quel suo modo di capire prima degli altri dove andasse la palla in area, Scirea e quel suo modo di capire meglio degli altri dove andasse la vita reale, Dino Zoff e quel suo modo di essere uomo spogliatoio pur essendo quasi muto, Bergomi e quel suo modo di essere per tutti lo Zio ad appena 18 anni.
In 75 minuti davanti ai nostri occhi passano Zico che appena arrivato a Udine scopre che la traversa è 5 centimetri più bassa perchè lui le punizioni le mette all’incrocio e non sbattono sulla traversa, Sandro Pertini e quel 7 calato a cazzo di cane cazziando poi il malaugurato Zoff per il suo errore nel famoso scopone sull’aereo di ritorno, Marco Tardelli è il gol più famoso della storia del calcio italiano, Maradona ammonito al primo fallo su Gentile che gliene aveva fatti in quella partita 22, e venne ammonito dopo di lui per la cronaca.
Buffa chiude con la storia di due grandi amicizie: Zoff e Scirea che dopo la vittoria del Mondiale, mentre gli altri sono in giro a festeggiare, rimangono nella stanza di albergo a fumare una sigaretta senza dirsi una parola inebriati da quel silenzio quasi irreale per due campioni del mondo; Bearzot che racconta a Paolo Rossi che è malato e sta per morire, ma che lui e i suoi ragazzi lo hanno fatto davvero felice.
Lacrime, dissolvenza, Buffa saluta e se ne va, fra gli applausi.
Noi rimaniamo a pensare che quell’Italia era migliore, dentro e fuori dal campo, anche se è un pensiero da vecchi piscioni.
Chissà se vecchi piscioni si nasce o si muore…

Articolo precedenteSummer Games, Italia a quota 50 medaglie
Prossimo articoloAl Climbing Stadium di Arco tutto pronto per il 35° Rock Master